Libero: Librandi, «Ho amato Craxi, Cav e Monti. Ma di Renzi… sono entusiasta»

gfl_desk_255«Ho amato Craxi, Cav e Monti. Ma di Renzi… sono entusiasta»

Articolo di Giancarlo Perna, pubblicato su Libero Quotidiano del 29 febbraio 2016 (pag. 10).

 

Mai sentito un eletto del popolo prendere così sul serio il proprio impegno da dire: «Quando sono arrivato a Montecitorio è stato come entrare in una chiesa pervasa d’incenso». È l’affermazione testuale a metà intervista di Gianfranco Librandi, deputato di Scelta Civica di prima nomina, presenza costante del talk show di Paolo Del Debbio su Rete4. Poi, dando la palmare dimostrazione che il Parlamento ha la precedenza, si è alzato dicendo: «Devo lasciarla. Tra un quarto d’ora si vota. Continuiamo dopo» e ha rinviato il seguito dell’intervista di varie ore. Mi ha scombinato la giornata, mettendomi però di fronte a una visione sacerdotale del mandato parlamentare cui è stato giocoforza inchinarsi. Ora che sapete dell’incontro in due tappe, rimescolo il tutto e vi presento il sorprendente personaggio.

Quando viene a Roma da Saronno dove vive, il sessantunenne Librandi abita una palazzina di sua proprietà nei pressi della Camera. È la sede del movimento, Unione Italiana, che ha fondato qualche anno fa dopo l’uscita da Fi. Il linguaggio chiesastico usato per Montecitorio ha un corrispettivo nell’arredamento dello studio. Librandi è un devoto disinteressato. Non ha il culto dei santi che fanno grazie, tipo Padre Pio. È invece un austero cristologo che ha tappezzato l’ufficio con crocifissi e un quadro di Gesù. Niente di beghino, sia chiaro, ma pezzi antiquari di buon valore. Religiosità e investimento: nel migliore spirito lombardo che abbina salvezza dell’anima e palanche. Oculatezza tanto più comprensibile in uno nato povero e diventato ricco. «Prima di imprenditore è stato operaio», dico. «Per la povertà familiare», spiega, «ho cominciato a lavorare a 14 anni consegnando il pane. Sento ancora il gelo alle mani patito nei trasporti. Non potevo andare avanti così e ho ripreso gli studi, diplomandomi perito elettronico. Mi sono anche iscritto a Economia alla Cattolica, ma ho dovuto lasciare per guadagnarmi da vivere». «Altro che da vivere», osservo. «Ha fondato la TeleComunicazioni Italia, leader dell’illuminazione a basso consumo, e altre quattro o cinque società». «Con l’agiatezza», prosegue-mi sono poi laureato. A 40 anni in Economia, a 45 in Legge. Il mio insegnate di Diritto penale è stato Antonio Di Pietro. Era severissimo e pretendeva una grande attenzione. Poi, però, faceva gli esami collettivi promuovendo tutti», e sorride indulgente per l’incongruenza. «La sua religiosità da che nasce?», chiedo. «Ho fatto le elementari in un collegio religioso», risponde, «servivo messa ed ero sommerso di letture cristiane. Tutto ciò mi è rimasto e fa parte di me. Oggi, mi impegno in opere di misericordia e finanzio università cattoliche». «Da Del Debbio litiga sempre con qualche leghista», dico di punto in bianco. «Sono figlio di un calabrese onesto e puro, vissuto facendo il camionista. Da laggiù, durante la guerra, venne al Nord per liberarlo dai nazifascisti arruolandosi con i partigiani cattolici. E ora i leghisti, dopo tutte quelle sofferenze per salvarli, vogliono staccarsi dall’Italia?», e trattiene l’indignazione solo perché ha addentato un panino (non ha avuto tempo per un pasto civile)e teme di strozzarsi. Profitto degli zuccheri che gli stanno rifluendo per metterlo sotto torchio.

Poi nel 2004, cinquantenne, è sbarcato in politica.

«Consigliere comunale di Fi a Saronno, per amore di Berlusconi».

Ma già nel 2009 lo lascia, in coincidenza con i suoi scandaletti.

«Tuttora lo stimo tantissimo per il molto che ha dato all’Italia. Ma non ho sopportato la sua deriva etica».

Per moralismo?

«Quando ero all’estero veniva sempre fuori questa cosa. Non ce la facevo più. Così, sono uscito e ho fondato l’Unione Italiana. Una copia di Fi, senza risvolti imbarazzanti».

Il Cav ha fatto il suo tempo?

«Lo frequento spesso e lo vedo sempre molto lucido. Dice cose che solo lui sa dire. Più che stanco, è deluso».

Ha avuto contro tutti: giudici, Ue, Usa.

«Perché era temuto perla sua determinazione e capacità. Poi, a causa degli errori morali, si è sconcentrato e attaccarlo è stato un gioco da ragazzi».

E lei se l’è filata con Mario Monti, facendosi eleggere nel 2013.

«Sono arrivato a Monti grazie alla Comunità di Sant’Egidio. Il mio sponsor è stato Mario Giro, l’attuale sottosegretario agli Esteri, fratello del deputato di Fi, Francesco, Mi chiesero di raccogliere a Milano le firme per la Lista Monti. Facemmo tutto in nove giorni. Fui apprezzato e candidato».

Schierandosi proprio con chi – i Napolitano, i Monti – aveva intrappolato il Cav. Le sembra elegante?

«Capisco l’obiezione. Eravamo però a un passo dal default. È come con gli incidenti d’auto. L’unica, è correre al Pronto soccorso. Il governo Monti fu questo, non un’aggressione a Berlusconi».

Ho controllato i suoi redditi. Li ha raddoppiati da deputato. Ha un’indennità da nababbo?

«Dico una cosa che mi farà sembrare un pirla (ride). Da quando me ne occupo meno, l’azienda guadagna di più e il mio reddito cresce. I miei collaboratori mi dicono: “Stai in Parlamento che ci va meglio” (ri-ride)».

Nonostante il ventennale ristagno della nostra economia lei guadagna.

«Anche l’azienda del mio vicino di banco e collega di Sc, Alberto Bombassei, è in crescita. Si può andare bene anche durante una crisi, se si fa però ricerca».

Come votava nella Prima Repubblica?

«Dc. Ai suoi inizi anche Lega Nord. Poi mi sono avvicinato a Bettino Craxi che mi sembrava un innovatore. E lo è stato».

Un politico cui si ispira?

«Mi ha affascinato Sandro Pertini per correttezza e capacità. Poi Monti che è un genio dell’Economia e ha salvato l’Italia. Gli è mancata purtroppo la pazienza di tenere insieme Sc, gruppo di altissimo livello».

E mandava lei a mediare.

«Mi chiamava il cane maremmano perché cercavo di radunare tutti. Lui è troppo Rettore per sopportare l’indisciplina».

Oltre all’economia, sulla quale lei però vede rosa, c’è il problema dell’immigrazione musulmana.

«Lavoro tantissimo con maestranze arabe e ci siamo integrati a vicenda, trasformando l’emergenza in opportunità. Non c’è altro da fare con la nostra curva demografica».

Ossia?

«Se il basso trend delle nascite prosegue così, nel 2050 il debito italiano sarà raddoppiato».

Allora?

«Preparo una legge che guarda al futuro. Chi vuole lavorare da noi, versa la somma del viaggio alle nostre ambasciate e viene in nave con la famiglia per un anno. Se si sistema, bene. Se no, torna indietro».

E lei ci crede? Beata ingenuità!

«Come si permette?!»

Sc è pronta a fare alleanze varie per le Amministrative.

«Sono leale per natura e appoggerò sempre il governo di cui siamo parte. Le capriole non mi piacciono. Esto valutando».

L’addio a Sc?

«Parlo da uomo di centrodestra: la persona che mi dà più garanzie per l’Italia che sogno, è Matteo Renzi».

Ne è entusiasta!

«Quell’uomo è un fuoriclasse»

Anche Del Debbio le va a genio. Va praticamente solo da lui.

«Amo la trasmissione di Paolo che mette a nudo i problemi della gente».

Pure i leghisti stanno con la gente ma lei non li sopporta.

«Milano è il motore d’Italia perché, oltre ai lombardi, ci sono i meridionali e gli altri. Sono per l’unità, non per il ritorno al marengo come Salvini».

Il Matteo che lesta sugli zebedei.

«Mi è simpatico e lui lo sa. Ha un’energia tale, che se fosse mio venditore, fatturerei il doppio. Se solo cercasse di essere più moderato darebbe un gran contributo al centrodestra».

In tv, lei dette della «rinco» ad Alessandra Mussolini. Indegno di un uomo pio.

«Mussolini, che ha cambiato cinque partiti, chiamava me traditore perché ero passato da Fi a Sc. Mi gridava: Giuda, Giuda. Io ho risposto: Rinco, Rinco. Ammetto che non fu un granché. Abbiamo fatto pace».

Adozioni gay?

«Ho letto la legge e la voterei così com’è, compresa l’adozione del figliastro. Parola di cattolico».

Utero in affitto?

«Inaccettabile».

Sindaco di Milano, Beppe Sala o Stefano Parisi?

«Sc vota Sala. Però ho tanti amici che voteranno Parisi e che voglio ascoltare. Per fortuna abito a Saronno, il che mi libera dall’imbarazzo».

Per Roma, Giachetti, Bertolaso o Marchini?

«Marchini imprenditore, Bertolaso esperto di emergenze, Giachetti il puro. L’ideale sarebbe la fusione dei tre».

Chiudiamo con papa Francesco.

«Un birichino. Incoraggia l’occupazione delle case e detestai politici. Ricevendoci in Vaticano ci ha trattati duramente, Chiede di aiutare chi non ha lavoro ma fustiga chi lo crea perché trae profitto».

Che vorrebbe sentire da lui?

«Che anche noi imprenditori siamo figli di Dio».